La Maratona di New York 2025 – Il vento di Manhattan e il battito di due fratelli di Mandela

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La Maratona di New York 2025 – Il vento di Manhattan e il battito di due fratelli di Mandela


Le origini della passione
Non ho mai amato la corsa quanto negli ultimi anni.
 Fin da bambino ho sempre praticato sport: calcio, nuoto, palestra e le immancabili partitelle di calcetto con gli amici. Poi, all’improvviso, in un periodo non semplice della mia vita, è esploso un amore inatteso: quello per la corsa.
Mi ha letteralmente stregato.
 Il benessere che provavo durante e dopo ogni allenamento era difficile da descrivere. Se dovessi farlo con una sola parola, sarebbe serenità.
Un giorno correvo 20 minuti, quello dopo 30, poi 7 km, poi 10… fino ad arrivare allo step successivo: la maratona. E quale scegliere per iniziare, se non quella di Roma? Quarantadue chilometri e 195 metri immersi nelle meraviglie della città eterna.
La mia prima maratona è stata nel 2023, poi nel 2024 e ancora nel marzo 2025.
 Ma il sogno, quello vero, era un altro: correre la Maratona di New York, insieme a mio fratello Giovanni.

La preparazione per New York
Per una gara, un esame, un colloquio… la preparazione è tutto. Ti permette di arrivare al traguardo con il sorriso, nonostante la sofferenza provi sempre a insinuarsi.
Ognuno ha la sua ricetta. La nostra non era fatta solo di numeri o tabelle: era costruita su un sogno, su un legame, su quella promessa silenziosa che io e mio fratello ci siamo fatti senza mai dirla davvero.
Servivano mesi di allenamento, sei per chi parte da zero, tre per chi è già rodato, ma noi volevamo qualcosa di diverso, qualcosa che ci assomigliasse.
Così abbiamo creato un programma su misura, cucito addosso a noi, con poche regole ma fondamentali:
* Costanza: almeno un’uscita settimanale di 8–12 km, più un lungo nel weekend tra i 15 e i 30 km, in base alla distanza dalla gara.
* Riduzione graduale dei carichi man mano che la data si avvicinava.
* Zero alcol, per rispetto dei nostri corpi e dei chilometri che li attendevano.
L’estate è trascorsa tranquilla, senza grandi programmi, dedicata solo all’obiettivo. Ogni domenica, che piovesse o ci fosse vento, sole o umidità, eravamo lì: io e Giovanni, fianco a fianco.
Sembrava andare tutto liscio fino a due settimane dalla gara. Durante un test di 10 km con delle scarpe nuove, mio fratello si è infortunato.
 Da lì è iniziata una “nuova maratona”: fatta di fisioterapia, determinazione e giorni di sconforto. Ma non c’era tempo per arrendersi: eravamo una squadra, e una squadra arriva insieme alla linea di partenza (se possibile, anche a quella di arrivo).

L’arrivo a New York
Arrivare a New York dopo più di nove ore di volo è stato surreale.
 Usciti dalla metro, alle 3:30 del mattino, ci siamo ritrovati catapultati in un film americano: grattacieli immensi, luci ovunque, i tombini fumanti. Le promesse del cinema con cui siamo cresciuti… tutte mantenute.
La maratona a New York è un evento “folle”. Non è solo una gara: è una festa, un rito collettivo. La città ti accoglie come se fossi un ospite d’onore. Bar e ristoranti offrono hamburger, cookies, dolcetti: per una settimana vieni trattato come parte del cuore pulsante della metropoli. Non come un intralcio, come accade altrove, ma come un valore.

Il giorno della gara
Sono passate poche settimane, ma ho ancora i brividi.
 La notte prima della gara abbiamo contato ore, minuti e forse anche i secondi. Il sogno che avevamo difeso con le unghie si stava avvicinando.
 Ma non dimenticavamo una cosa: ci aspettavano 42 km e 195 metri (26.2 miglia).
Sveglia alle 4 del mattino. Colazione veloce, divisa da gara, pettorale o BIB (come dicono nella grande mela): 34808 per me, 34809 per Giovanni.
Bus verso Staten Island, traghetto bagnato dai colori dell’alba con vista sulla Statua della Libertà… e poi un altro bus. Tre mezzi diversi solo per raggiungere la partenza: un viaggio nel viaggio.
Prima del via offrivano caffè americano e bagel, le classiche ciambelle di pane newyorkesi.
Giovanni veniva da un infortunio, quindi la strategia era semplice: partire piano, controllarci ogni 2 o 3 km e decidere insieme il ritmo.
 Durante la gara ci siamo integrati come in allenamento: acqua e frutta, soprattutto banane.
Alle 10:20 è partita ufficialmente la nostra onda, il gruppo Pink D. I primi chilometri sono volati. Nella testa avevo mille pensieri: i sacrifici, le rinunce, le volte in cui qualcuno mi ha fatto sentire “sbagliato” o mi ha chiesto “ma chi te lo fa fare?”. New York ci ha travolti con un tifo assordante: cartelli improbabili, donuts offerti al volo, bicchieri di bevande gassate, e persino mini whisky, non proprio l’ideale durante una maratona.
Giovanni ha corso con dolori indescrivibili, ma non ha mai mollato. L’energia della città lo ha trasportato oltre i limiti, quasi nella follia, ma nella follia più bella.
L’arrivo a Central Park è stato qualcosa di impossibile da spiegare. La folla, sempre più densa, ci ha spinto negli ultimi metri, come un’onda che ti porta a riva.
E lì… il traguardo.

La corsa come metafora
La maratona è un viaggio. Ti mette alla prova, ti svuota, ti distrugge… e poi ti ricostruisce.
Ogni passo è una promessa che fai a te stesso: non fermarti.
E quando tagli il traguardo, capisci che non sei più la stessa persona che è partita.
 Proprio come nella vita: non contano solo le mete, ma la capacità di rialzarsi, di continuare a lottare, di credere nei sogni anche quando sembrano lontani.
La maratona finisce. Ma ciò che lascia, quello no: rimane. Sempre.

Gabriele Basili 


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